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Sardegna Dies 14-2-2017

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La riscrittura dello Statuto Autonomistico. Una giornata promossa dalle forze che compongono il progetto di Alternativa Natzionale

 

Sassari.Sala gremita dalla mattina fino a sera sabato scorso all’ex convento del Carmine a Sassari in occasione della giornata dedicata ai “Diritti dei sardi nel secolo XXI”. L’evento di studio e dibattito è stato organizzato dalle forze che compongono il progetto dell’Alternativa Natzionale che hanno deciso di dedicare la loro seconda uscita pubblica al tema della riscrittura dello Statuto Autonomistico. Ad avvicendarsi al microfono diversi esponenti del vasto mondo sardista e indipendentista e anche importanti esponenti del panorama intellettuale e accademico sardo. La moderatrice dell’incontro, la scrittrice Daniela Piras, ha introdotto la giornata ricordando due noti attivisti recentemente scomparsi, Graziella Deffenu e Patrizio Carrus, e per loro la sala ha osservato un minuto di silenzio. Daniela Piras ha inoltre sintetizzato il progetto avviato dalle cinque organizzazioni dell’Alternativa Natzionale: un processo di apertura che cerca di fungere da catalizzatore per tutte quelle componenti politiche e culturali della società sarda che hanno al centro delle proprie battaglie gli interessi della Sardegna e del suo popolo; tutti quei soggetti, cioè, che si stanno raccogliendo attorno al riconoscimento del principio dell’autodeterminazione, condizione indispensabile per tracciare un percorso comune. È stato anche ricordato che il progetto dell’Alternativa Natzionale si basa sul riconoscimento di valori comuni e condivisi e sul confronto politico paritario e democratico, mantenendo la porta aperta a tutti coloro che vogliono rendersi protagonisti di questa nuova fase politica.

 

Ad aprire i lavori l’esponente del Fronte Indipendentista Unidu Cristiano Sabino che ha iniziato il suo ragionamento ricordando come dieci anni fa il Consiglio Regionale della Sardegna si fosse trasversalmente impegnato per avviare un percorso di riforma dello Statuto autonomistico. «A leggere oggi quelle dichiarazioni – sostiene Sabino – viene da sorridere, perché non si capisce dove sia finita tutta quella grande spinta riformatrice e tutti quegli importanti buoni propositi presi a livello istituzionale dalla massima assemblea dei sardi. In realtà – continua Sabino – sono troppi i punti dello Statuto che non sono mai stati fatti valere, a partire dagli articoli che prevedono la possibilità di programmazione in materia economica e di istruzione, passando per quelli che stabiliscono la competenza di adattare alle proprie esigenze le leggi del Parlamento italiano. Come ha fatto la classe politica italianista a definire se stessa “autonomista” se non ha mai applicato lo Statuto? Ma è pure necessario guardare a quei diritti che nello Statuto non sono presenti come il diritto all’autodeterminazione e i diritti linguistici».

 

Lo storico Federico Francioni, in un profondo excursus storico, ha dimostrato come il discorso statutario sardo abbia robuste radici. Francioni ha iniziato il suo discorso ponendo il problema della “statualità”, usando come punto di riferimento “sa carta de logu Marianu VI” riformata da Eleonora d’Arborea nei primi anni ‘40 del ‘300. «Un importante lascito storico di quel periodo – sostiene Francioni – è la differenza tra privato e pubblico che ha un’importanza fondamentale e non si ritrova nella dimensione giuridica e statuale, per fare solo un esempio, della monarchia catalano-aragonese». Mentre durante secoli e secoli di storia italiana, c’è stato un continuo rimescolamento tra pubblico e privato, a partire dall’interesse del Conte Ugolino della Gherardesca per le miniere site in Sardegna, per arrivare a Silvio Berlusconi. «La Carta de logu riformata da Eleonora d’Arborea – procede Francioni – presenta parecchi elementi di raffinatezza giuridica, come ha scritto Gabriella Olla». Francioni evidenzia l’importanza rivoluzionaria della carta de logu anche per quanto concerne i diritti delle donne e dei minori. Sulla storia più recente Francioni si è fermato sulla rivoluzione sarda di fine Settecento avanzando l’idea che in fondo parlare dei “diritti dei sardi” significhi ripartire dall’esperienza di allora: «La sconfitta di Angioy compromette tutto. Mi pare che l’esperienza di Angioy, possa essere un riferimento per parlare di assemblea costituente nazionale sarda».

 

ConvegnoStatuto1Anche il presidente della Fondazione Sardinia Bore Cubeddu è tornato sugli stessi temi, sottolineando la necessità di aprire un «grande laboratorio di idee capace di attrarre competenze e risorse intellettuali inedite che finora sono rimaste al di fuori dell’indipendentismo. Esistono già diverse proposte di riscrittura dello Statuto – ha aggiunto Cubeddu – ma l’aspetto fondamentale è domandarsi quale idea di Sardegna vogliamo porre a suo fondamento e naturalmente questa, per essere fruttuosa, dovrebbe fare perno sul riconoscimento nazionale del popolo sardo. Iniziative come questa – ha suggerito Cubeddu – sono fondamentali per lanciare il processo dell’assemblea costituente dei sardi, la quale non deve essere in contrapposizione con il Consiglio regionale, anzi l’uno deve servire all’altro. Una nostra proposta immediata potrebbe essere quella di un allargamento immediato dell’attuale 1° commissione, arricchendola di elementi esterni al palazzo e affidandole il compito di preparare i materiali necessari alla scrittura del nuovo statuto».

 

Ai lavori ha preso parte anche il segretario del Psd’Az Christian Solinas il quale ha salutato l’iniziativa come importante apertura di una nuova fase del sardismo generalmente inteso. Solinas ha sostenuto che «oggi più che mai è necessario parlare di una riforma dello statuto ricercando un coinvolgimento popolare ampio dei sardi, perché nessuna riforma del genere può essere un fatto esclusivamente di palazzo. E con lo sguardo rivolto a quanto sta avvenendo al di fuori della Sardegna Solinas ha continuato: «L’istanza indipendentista, l’istanza rappresentata dai nostri movimenti, il “sardismo” non sono oggi una retroguardia, ma rappresentano l’avanguardia internazionale che si afferma un po’ ovunque». In conclusione Solinas ha avanzato una proposta pratica: «Dobbiamo mettere per iscritto i nostri propositi e le nostre proposte a partire da quelle per riformare lo Statuto – ha suggerito Solinas – e questo ci darà una buona base per costruire insieme un progetto di governo per la Sardegna».

 

Sulla stessa linea Gesuino Muledda dei Rossomori, forza politica che ha recentemente divorziato dalla Giunta Pigliaru andando ad ingrossare le fila di chi vorrebbe costruire un largo polo alternativo al duopolio dei partiti italiani. Fresco dell’esperienza in Giunta, Muledda ha posto anche ulteriori temi di attualità sul piatto della discussione, come l’abbandono delle zone rurali, l’esiguità delle risorse dedicate alla formazione universitaria e la necessità di fare una battaglia comune per cambiare la legge elettorale. «Serve un progetto di governo per avere consenso – ha concluso Muledda – perché esiste un sentimento maggioritario nei sardi che ci chiede di costruire una alternativa al governo attuale».

 

A concludere i lavori della mattinata è stato lo storico leader di Sardigna Natzione Bustianu Cumpostu che ha insistito a più riprese «sull’impossibilità di barattare il valore più grande che abbiamo e cioè il nostro essere popolo. Da questa prospettiva – ha argomentato Cumpostu – il popolo sardo ha tre vie davanti a sé che condividono il riconoscimento della nazionalità sarda: mettere in discussione la “fusione perfetta” del 1847; avviare un percorso di assemblea nazionale che porti i sardi alla dichiarazione di indipendenza; riconoscere il proprio stato di sudditanza coloniale. Sicuramente – ha concluso Cumpostu – l’appartenenza nazionale dei sardi è in tutti e tre i casi un bene irrinunciabile».

 

Nel pomeriggio i lavori sono stati aperti dall’avvocato penalista Gianfranco Sollai, presidente di Gentes. Sollai si è domandato «se il popolo sardo vuole governare o amministrare, perché oggi – ha argomentato l’avvocato – la Regione non è per nulla autonoma e si limita ad amministrare ciò che gli viene imposto dallo Stato. In questo senso non è vero che l’autonomia è stata superata, anzi non siamo nemmeno alle soglie dell’autonomia. Serve una rottura con la dipendenza sancita dallo Statuto, in particolare con quegli aspetti legati alla subalternità della Sardegna che costituiscono un ostacolo a programmare e realizzare i propri progetti in armonia con le proprie risorse economiche, sociali e culturali e cioè con i seguenti paletti indicati nello Statuto: la Regione ha potestà legislativa in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico dello Stato e col rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica. È chiaro che detti vincoli, unitamente alla mancanza di autonomia politica dei partiti italiani, sviliscono l’autonomia, relegando la Regione sarda di fatto ad amministrare in luogo di governare».

 

Di fallimento dell’autonomia ha invece parlato la segretaria di Sardigna Libera Claudia Zuncheddu. «Esistono nodi irrisolti – ha chiarito l’ex consigliera regionale – che riguardano la nostra illusione di gestire l’autonomia. Finora non è stata l’autonomia ad essere gestita ma la nostra dipendenza anche grazie al fatto che la classe politica sarda ci ha venduto. Ciò è avvenuto anche a causa della debolezza dello Statuto il quale va riscritto integralmente anche se non ci si può aspettare che a fare ciò sia il Consiglio Regionale che risulta non attrezzato culturalmente». L’esponente di SL ha inoltre ribadito la gravissima situazione della sanità sarda che vedrà sempre più i nostri malati costretti a pagare privatamente i servizi essenziali.

 

Il docente di Diritto Costituzionale Omar Chessa ha allargato l’attenzione al processo generale di svuotamento della sovranità degli Stati avviato negli anni Ottanta con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista che vedeva e vede tutt’oggi come fumo negli occhi le costituzioni democratiche e le politiche keynesiane. «Questo progetto – ha continuato il docente – in Italia è miracolosamente fallito con la stroncatura della riforma costituzionale che ha visto in Sardegna il più alto numero di “No”. A questo punto dobbiamo chiederci cosa sia necessario fare per avanzare sul percorso della costruzione di uno Stato sardo. Le costituzioni – ha concluso Chessa – presuppongono gli Stati e non li creano, quindi è necessario concentrarsi pragmaticamente sulla legge statutaria, cercando di ottenere un sistema elettorale proporzionale per garantire la massima rappresentanza e dare così spazio a quei progetti politici che si muovono nell’ambito della sovranità della Sardegna».

 

Il politologo Carlo Pala ha invece rimarcato come in Sardegna sia viva e operante una volontà di riformare lo Statuto e come ciò sia merito soprattutto dell’azione che gli indipendentisti hanno svolto in tutti questi anni riuscendo a coinvolgere anche chi indipendentista non è. «La stagione autonomistica – ha sostenuto il politologo – è definitivamente chiusa, anche perché è lo Stato Italiano stesso che contravviene continuamente alle sue stesse norme. Sono in molti fra costituzionalisti e politologi a parlare ormai di “specialità appiattita” a proposito del fatto che, per esempio, lo Stato viola l’articolo 8 dello Statuto relativo alla cosiddetta vertenza entrate. L’aspetto più lacunoso dello Statuto – ha concluso Pala – è il suo essere burocratico e non politico, perché senza cultura, senza ambiente, senza identificazione non andiamo da nessuna parte».

 

Parlare di Statuto deve essere un tema di fondamentale importanza – ha invece rimarcato nel suo intervento il segretario di ProgReS Gianluca Collu – «perché la riscrittura dello Statuto ci servirà ad allargare i nostri orizzonti e a definire i rapporti con lo Stato italiano volgendo a nostro vantaggio ciò che oggi è per noi svantaggioso. Uno dei temi fondamentali legati allo Statuto – ha continuato Collu – è quello dell’agenzia sarda delle entrate: la Giunta regionale ha partorito una pallida fotocopia della nostra proposta originale la quale non ha alcuna competenza di riscossione. Riformare lo Statuto è però possibile solo a patto di avviare un processo realmente partecipativo – ha concluso Collu – ed è per questo che stiamo organizzando una piattaforma di democracy per ottenere una massima partecipazione e condivisione dei nostri intenti riformatori».

 

A concludere i lavori è stato Ernesto Batteta di Sardegna Possibile che ha invece lavorato sul concetto di decentramento e di difesa dell’identità dei sardi. «L’indipendenza – ha argomentato Batteta – è un percorso progressivo, possibile solo se inserito in un progetto di sviluppo e certo non come un salto nel buio dall’oggi al domani».

 

In entrambe le sessioni, mattutina e pomeridiana, è stato previsto un momento per la discussione che è stato molto partecipato, a testimonianza del fatto che l’argomento dei diritti dei sardi e della riforma della carta statutaria è un argomento che tocca le coscienze molto più di quanto non si creda

 

 

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Lo “storico patto sardo-cinese”, su cui si concentra l’attenzione della stampa ricorda a noi sardi altre esperienze, quella della Costa Smeralda con Karim Aga Khan e quella recente del Mater Olbia con Al Thani.

Preoccupa l’entusiasmo e l’atteggiamento di sottomissione con cui i nostri dirigenti politici hanno dato fiducia incondizionata ai cinesi arrivati nella nostra Isola, secondo patti definiti tra il presidente della Cina, Renzi e lo Stato italiano, senza il coinvolgimento paritario della Sardegna. Tutto ciò ancora una volta all’insaputa dei sardi e di gran parte della nostra classe politica, che ignora in modo ingiustificato gli accordi preliminari alla visita del Presidente Xi Jinping e Renzi in Sardegna.

Noi non siamo contrari a priori a qualsiasi accordo economico con l’imprenditoria mondiale, ma riteniamo che alla base di tutto debba esserci la conoscenza, la pubblicità e la condivisione di qualsiasi progetto prima che si definiscano gli accordi, nonché la verifica che tali operazioni portino reale ricchezza e occupazione in Sardegna, senza ledere la nostra dignità e senza essere ancora una volta ricattati con il lavoro che uccide e che distrugge le nostre risorse ambientali.

E’ certo che Renzi apre le porte ad importanti investimenti cinesi in Italia, ma come l’emiro del Qatar Al Thani, anche Xi Jinping s’innamora della Sardegna, della sua bellezza, del suo valore strategico e del fascino di un mondo senza regole dove tutto è più facile.

La scelta della Sardegna per un informale vertice tête-à-tête tra i due leader, pone dei dubbi che meriterebbero quantomeno un chiarimento sul perché della visita, il contenuto delle interlocuzioni ed accordi, su quali siano gli interessi che legano le due diplomazie e se questi corrispondono con gli interessi dei sardi.

Sardigna Libera

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Cari Indipendentisti

in occasione di questo evento a cui purtroppo siamo impossibilitati a partecipare, colgo l’occasione per portare a nome di Sardigna Libera e mio personale, un saluto ed una esortazione a tutti gli indipendentisti di buona volontà, a promuovere il dialogo all’interno del nostro mondo e tra noi e i nostri territori.

Sa Mesa Natzionale è una nuova opportunità per mettere insieme le forze che lottano per l’autodeterminazione e l’indipendenza della Natzione sarda. Sa Mesa dev’essere un luogo di confronto e di dibattito dove, oggi, nessuno deve rinunciare alla propria storia e alle proprie peculiarità. Dev’essere uno spazio politico aperto, condiviso ed egualitario dove non devono esserci né primi né secondi. Un luogo politico che necessariamente si confronta e collabora con altre identità esterne.

Le criticità nei nostri territori, l’attuale processo di colonizzazione e di annientamento del nostro Popolo, portato avanti dalla globalizzazione mondiale e dalle multinazionali finanziarie, dove lo stesso Stato italiano è subalterno ed utile servo, CI CHIEDONO di partecipare attivamente alle lotte e alla ribellione che il Popolo sardo in maniera autonoma sta già portando avanti.

Questo processo politico autonomo di ribellione è molto più avanti di ciò che noi possiamo pensare.

Da qui la necessità di uscire dai nostri tancati che ci impediscono una visione obiettiva della realtà con il rischio di isolarci e metterci fuori dalla storia.

Abbiamo necessità di promuovere il dibattito sulle emergenze del Popolo sardo privilegiando sempre ciò che ci unisce. In quest’ottica le diversità sono una ricchezza per tutti.

In questo momento politico, riteniamo che sia necessario un confronto franco e autonomo, all’interno del nostro mondo, sulla questione della Riforma della Costituzione italiana, promossa attualmente dal governo Renzi. E’ vero che non è la nostra Costituzione, ma è anche vero che è quella che da oltre 60 anni condiziona e determina la nostra vita in tutti i suoi aspetti.

Noi riteniamo che la vittoria del SI in Sardegna determinerà un ulteriore arretramento dei rapporti con Roma e una maggiore sudditanza ed asservimento di tutta la classe politica sarda, anche nel caso in cui, nel resto del territorio italiano dovesse vincere il NO. Se dovesse vincere il SI, incomincerà inesorabilmente il declino e la fine di qualsiasi forma di autonomia nel nome di uno Stato più centralista e refrattario a qualsiasi forma di federalismo, figuriamoci di indipendenza!

Il “NO indipendentista” di Sardigna Libera a questa controriforma, mira a far sì che il nostro percorso democratico verso l’autodeterminazione e l’Indipendenza, già difficile e pieno di ostacoli, non possa diventare ancora più arduo, se non impossibile.

Auguro a tutti i patrioti un sereno e proficuo confronto.

A si biri.

Claudia Zuncheddu - SardignaLibera

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