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articolo di Claudia Zuncheddu pubblicato da Il Manifesto Sardo il 16-05-2017

In Sardegna l’esclusione delle donne dal Consiglio Regionale, quindi dalle sedi decisionali, nonostante rappresentino oltre il 50% della società sarda, è un problema squisitamente politico ed è compito della Politica risolverlo.

La palese restrizione degli spazi democratici, preludio di tempi bui e di repressioni in tutta Europa, impone a tutti ed in primis a noi donne una seria riflessione sulla gestione del potere ed il nostro ruolo nel processo di democratizzazione del sistema, a partire dalla legge elettorale sarda. Una legge nata per privilegiare il bipolarismo italiano ed il suo passaggio al sistema oligarchico renziano, escludendo dal diritto di rappresentanza le donne e quel ricco patrimonio di minoranze che fanno parte della tradizione culturale e politica sarda.

Ciò non può prescindere dall’individuazione del mezzo legislativo più efficace che consenta la presenza equa delle donne e delle minoranze politiche nelle istituzioni.

La proposta “di stralciare la norma sulla doppia preferenza di genere dalla discussione generale sulla legge elettorale sarda” e di portarla in Aula per essere discussa e votata, ignorando l’illegittimità del resto della legge è una scelta limitata, pericolosa e che difficilmente porterà ai frutti sperati. Chi dei consiglieri rischierebbe di non essere rieletto per far spazio alle donne? Il voto segreto invocato trasversalmente nella precedente legislatura, nel corso del dibattito sulla riforma elettorale, è un’arma sempre attuale.

Si pone la necessità di nuove forme di resistenza e di azione per far sì che si proponga al più presto una nuova Legge elettorale che contempli in modo inequivocabile i diritti delle donne e delle altre diversità esistenti. La legge deve garantire pari opportunità per tutti in un confronto elettorale.

Sarebbe un errore storico se noi donne rinunciassimo ad essere parte attiva nel processo di democratizzazione dell’intera legge. Essere al centro della scena politica implica una “ridiscussione politica” della nostra libertà di genere. Libertà che non può passare attraverso l’inclusione nel vecchio sistema, per escamotage, per grazia ricevuta o per gentile concessione del principe, che naturalmente richiede in cambio la sottomissione.

Oggi, le lotte delle donne devono essere incanalate nel giusto binario delle lotte femministe del 900 e come allora, devono essere elementi di rottura con il sistema e non una riconciliazione e/o annessione ad esso. Non possiamo permetterci lotte parziali nel contesto di una Legge-fuorilegge, ispirata dalla discriminazione contro le diversità, di cui le donne sono parte integrante. Le armi a nostra disposizione sono numerose ed efficaci. Spetta a noi decidere cosa fare.   Il femminismo 2.0 nel pieno del dominio neoliberista rischia una deviazione pericolosa: l’agevolazione di un individualismo rampante che non aspira al cambiamento del sistema ma ad essere parte integrante di esso. Le donne devono essere portatrici di trasformazioni radicali. E’ ciò che chiede la società sarda.

Il Consiglio della RAS, ha il dovere di produrre una buona legge che tuteli la libertà delle donne e per far sì che esse siano presenti nelle istituzioni non sotto ricatto, relegate in un sistema politico che le interpreta come risorse al servizio delle segreterie di partiti e partitini, di vertici di raggruppamenti e di coalizioni opportunistiche, di strategie di conservazione del potere. Le mire opportunistiche personali non sono utili per l’emancipazione delle donne e della Sardegna, se si vuole sovvertire il sistema politico.  La Sardegna necessita delle intelligenze delle donne che non perdono di vista l’interesse collettivo, il benessere, la libertà e la stessa bellezza della nostra Terra. Noi dobbiamo porci come alternativa e non come strumenti utili al rafforzamento dei detentori del potere.

L’elogio alle lusinghe di politici scaltri e spregiudicati, di parlamentari scafati e di presidenti di Commissioni solo anagraficamente giovani, a cosa mira? Il processo di emancipazione globale della società sarda attende che le donne si facciano parte attiva del cambiamento. Questo è possibile solo innalzando il livello di scontro con chi gestisce il potere, senza perdersi nei meandri dell’ipocrisia e delle convenienze.

Noi donne abbiamo a disposizione armi democratiche per una grande rivoluzione. Ci vuole la nostra volontà politica e la chiarezza degli intenti per imporre all’organo legislativo sardo di produrre una buona legge elettorale.

La richiesta della neonata associazione Heminas, di stralciare la norma sulla doppia preferenza di genere, per essere discussa autonomamente, tralasciando il resto della Legge, rischia di essere l’inseguimento pericoloso di un miraggio, un atto deludente per la nostra società, una condanna alla retrocessione delle nostre lotte di genere.

I 56 consiglieri su 60 mentre continueranno ad elargire solidarietà al proprio elettorato femminile, sacrificheranno le donne dietro i loro muretti a secco. Per il cambiamento, la società sarda ha bisogno della differenza politica di genere, di forze destabilizzanti e di trasformazione del sistema di potere. Questo è ciò che la Sardegna si attende dalle donne e dalle diversità identitarie.

Solo se sapremo imporre una buona legge per poter correre nelle campagne elettorali ad armi pari vinceremo la grande battaglia contro tutte le discriminazioni.

Pubblicato in Diritti
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Tra i rumori di guerra dentro il poligono, fuori i giovani che vogliono costruire la pace, tante mani alzate di fronte alla polizia che “pesta”. Sono gli ordini. Persone che manifestano in carrozzella ortopedica, chi sorretta da un deambulatore con pompelmi e mandarini a simboleggiare le sue bombe, giovani che si scambiano tenerezze, ragazzi con teste rotte che colano di sangue. Tantissime le donne in prima fila, forti e determinate mentre sventolano tutte le bandiere dell’Indipendentismo sardo e non solo quelle. E’ questo lo scenario del 3 novembre ai margini del poligono di Teulada nel pieno delle esercitazioni della Nato. Uno scenario ben documentato in quella cornice di Sardegna resa così grigia da oltre mezzo secolo di guerre in casa. 
Capo Teulada 3 novembre 2015, atto secondo della grande manifestazione del 31 a Cagliari. Due momenti di imponente partecipazione popolare da non dimenticare. Quando si difende l’integrità della propria Terra, stavolta, dalle pesantissime esercitazioni Trident della Nato, non esistono “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”. Esistono interpreti della nostra storia: cittadini che lottano pacificamente per salvaguardare l’ambiente, i territori, la salute e la pace. Il corteo di pacifisti, antimilitaristi e anticolonialisti ha deciso di esprimere la propria contrarietà alle operazioni di guerra in corso a Capo Teulada. Per lo Stato italiano il dissenso dei sardi è divenuto crimine per cui risponde a chi lo manifesta con uno spropositato schieramento di forze dell’ordine preposto a reprimere.   
L’unica nota stonata della manifestazione è stato proprio il comportamento delle forze di polizia. Hanno bloccato e perquisito auto e pullman, impedendo che numerosi sardi potessero liberamente e pacificamente manifestare contro le esercitazioni che lasciano nei nostri territori inquinamento e un clima di paura e di instabilità tra la gente. Seguono i tentativi di dividere il corteo per indebolirlo, poi le cariche e il pestaggio di numerosi giovani. Tattiche antiguerriglia davvero inopportune in un contesto dove tutti manifestavano per la Pace. Un’aggressività inaudita e ingiustificata di cui le autorità preposte dovranno rispondere alla pubblica opinione.
Il clima di lotta per la Pace era già ben espresso dalla manifestazione del 31 a Cagliari, in coda al corteo, si è interposto un cordone di monaci tibetani tra le forze dell’ordine e gli studenti che manifestavano pacificamente. A Capo Teulada, un cordone di donne: madri e nonne, hanno fronteggiato le forze dell’ordine in assetto antisommossa, in difesa dei giovani ingiustamente aggrediti e picchiati. “Non toccate i nostri figli” è stato il loro monito, “tra loro potrebbero esserci anche i vostri”.
Una giornata comunque di sconfitta per le forze di polizia e per lo Stato che mentre criminalizza chi vuole la pace a suon di manganellate, un gruppo di ragazzi, di cui alcuni giovanissimi, mettono piede pacificamente dentro il poligono per ribadire “Stop alle guerre”. E’ proprio vero che con la violenza non si fermano le Ragioni.
Claudia Zuncheddu
Fonte:Cagliari Oggi 4-11-2015 http://notizie.cagliarioggi.it/n?id=98031
 
Pubblicato in Ambiente
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento di Claudia Zuncheddu (Sardigna Libera) sulla manifestazione del 3 novembre a Teulada contro le servitù militari e le esercitazioni Trident Juncture. 
Tra i rumori di guerra dentro il poligono, fuori i giovani che vogliono costruire la pace, tante mani alzate di fronte alla polizia che “pesta”. Sono gli ordini. Persone che manifestano in carrozzella ortopedica, chi sorretta da un deambulatore con pompelmi e mandarini a simboleggiare le sue bombe, giovani che si scambiano tenerezze, ragazzi con teste rotte che colano di sangue. Tantissime le donne in prima fila, forti e determinate mentre sventolano tutte le bandiere dell’Indipendentismo sardo e non solo quelle. E’ questo lo scenario del 3 novembre ai margini del poligono di Teulada nel pieno delle esercitazioni della Nato. Uno scenario ben documentato in quella cornice di Sardegna resa così grigia da oltre mezzo secolo di guerre in casa.
Capo Teulada 3 novembre 2015, atto secondo della grande manifestazione del 31 a Cagliari. Due momenti di imponente partecipazione popolare da non dimenticare. Quando si difende l’integrità della propria Terra, stavolta, dalle pesantissime esercitazioni Trident della Nato, non esistono “manifestanti buoni” e “manifestanti cattivi”. Esistono interpreti della nostra storia: cittadini che lottano pacificamente per salvaguardare l’ambiente, i territori, la salute e la pace. Il corteo di pacifisti, antimilitaristi e anticolonialisti ha deciso di esprimere la propria contrarietà alle operazioni di guerra in corso a Capo Teulada. Per lo Stato italiano il dissenso dei sardi è divenuto crimine per cui risponde a chi lo manifesta con uno spropositato schieramento di forze dell’ordine preposto a reprimere.
L’unica nota stonata della manifestazione è stato proprio il comportamento delle forze di polizia. Hanno bloccato e perquisito auto e pullman, impedendo che numerosi sardi potessero liberamente e pacificamente manifestare contro le esercitazioni che lasciano nei nostri territori inquinamento e un clima di paura e di instabilità tra la gente. Seguono i tentativi di dividere il corteo per indebolirlo, poi le cariche e il pestaggio di numerosi giovani. Tattiche antiguerriglia davvero inopportune in un contesto dove tutti manifestavano per la Pace. Un’aggressività inaudita e ingiustificata di cui le autorità preposte dovranno rispondere alla pubblica opinione.
Il clima di lotta per la Pace era già ben espresso dalla manifestazione del 31 a Cagliari, in coda al corteo, si è interposto un cordone di monaci tibetani tra le forze dell’ordine e gli studenti che manifestavano pacificamente. A Capo Teulada, un cordone di donne: madri e nonne, hanno fronteggiato le forze dell’ordine in assetto antisommossa, in difesa dei giovani ingiustamente aggrediti e picchiati. “Non toccate i nostri figli” è stato il loro monito, “tra loro potrebbero esserci anche i vostri”.
Una giornata comunque di sconfitta per le forze di polizia e per lo Stato che mentre criminalizza chi vuole la pace a suon di manganellate, un gruppo di ragazzi, di cui alcuni giovanissimi, mettono piede pacificamente dentro il poligono per ribadire “Stop alle guerre”. E’ proprio vero che con la violenza non si fermano le Ragioni.
 
Claudia Zuncheddu Movimentu Sardigna Libera
Fonte SardiniaPost 4/11/2015
Pubblicato in Ambiente

Incontro "Io lotto marzo" Alghero

Rete delle Donne di Alghero per la Giornata Internazionale della Donna

Pubblicato in Diritti

E’ tempo che le donne all’interno delle proprie formazioni politiche, si ribellino agli ordini delle Segreterie e si riapproprino dei propri spazi sino ad oggi usurpati e negati. La doppia preferenza di genere maschile e femminile, nell’elezione del Consiglio della RAS, è indispensabile e improrogabile per la democrazia e per la stessa affermazione dei diritti di genere e rappresentanza delle donne..

Pubblicato in Diritti

Donne in Agricoltura

Convegno della FIDAPA del 17 dicembre 2011: "Donne in Agricoltura"
Messaggio di saluto di Claudia Zuncheddu

Pubblicato in Economia

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