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rosa
 
Ci ha lasciato Umberto Eco, intellettuale e cattedratico di taratura internazionale che si è battuto sin dagli anni 60 per una cultura nuova, fuori dagli schemi e legata ai nuovi linguaggi e mezzi della comunicazione in ogni campo della società e della scienza. Nelle sue opere, ha considerato e interpretato le diversità e le differenze, di qualsiasi tipo, come ricchezza e crescita culturale, sociale e civile delle collettività.
 
Umberto Eco, attento osservatore dei fenomeni socio culturali e politici internazionali, ha difeso strenuamente i diritti all’informazione e alla partecipazione democratica di tutti i cittadini contro le limitazioni e i bavagli che in questi ultimi decenni, soprattutto la classe politica italiana, ha cercato di imporre principalmente nelle università, in tutte le professioni intellettuali e nello stesso corpo sociale.
 
Claudia Zuncheddu
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La Fondazione Sardinia presenterà sabato 5 dicembre, ore 10.00 nella Sala Settecentesca di Via Università la seconda edizione del  Ditzionariu de sa limba e de sa cultura sarda di 
Mario Puddu
 
Ditzionàriu 
de sa limba e de sa cultura sarda
DitzLcs
segundha editzione
Numencladura iscientífica a contivígiu de Prof. Luciano Melis
Figuras e pintos originales de Prof. Giuannedhu Sedha e Alina Sabattini
Tradutzione a su francesu de Prof.ssa Giuseppina Pistis e Prof.ssa Pinella Lenzu, 
a s’inglesu de Prof. Giuseppe Scano, 
a s’ispagnolu de Dot.ssa Sonia Emanuela Campus,
a su tedescu de Prof.ssa Anna Paola Matta e Prof. Marcello Frongia
Lemmas prus de 111.000, cun tradutzione a chimbe limbas 22.100 (prus de 22.400 a s’italianu), 
sinónimos prus de 20.000 (ma cun inditu in prus de 52.000 lemmas), 
contràrios unos 9.000, maneras de nàrrere prus de 12.000, 
prus de 42.900 ‘campos’ de fraseologia, provérbios 680, sambenaos 1.470, 
numencladura iscientífica in prus de 10.000 lemmas, 
étimos prus de 8.750, verbos coniugaos 66 
(52 in mesania, 6 de foedhadas diferentes, 5 a foedhadas, 1 po dónnia coniugatzione – contare, cosire, tèssere – a cuadru sinóticu de is desinéntzias de is chimbe foedhadas principales), 
òperas serbias chistias in bibbiografia 634, Autores numenaos in sa fraseologia prus de 640.
Is verbos coniugaos si agatant in s’órdine alfabbéticu o est inditau in su lemma 
cabidianu candho calecunu est arresurtau in àtera pàgina. 
Iconografia, unas 120 figuras ispartzinadas in s’òpera cun is lemmas, 
sa parada de Is ainas in pàgina 408, 
de Is òperas antigas in pàgina 1096, de Su cristianu po sa carena in pàgina 554 
e po su naturale in pàgina 1486. 
Presentada in pàgina IX, Bibbiografia in pàgina XV, Incurtzaduras in XXI, 
s’Imbesse de is tradutziones in pàgina 2427 
(in s’órdine: francesu, inglesu, ispagnolu, italianu, tedescu).
Condaghes
 
Consiglio la lettura che segue
“Le parole della storia e le parole della lingua: l’appuntamento che continua ….”
                                                                                                    di Salvatore Cubeddu
 
La Fondazione Sardinia presenterà sabato prossimo, 5 dicembre, la seconda edizione del  Ditzionariu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu: 2.872 pagine, 111.000 lemmi, di cui 22.000 proposti al sardo da parte di cinque lingue europee (italiano, spagnolo, francese, inglese, tedesco), un monumento che lo studioso di Illorai offre a tutti sardi. 
Ma, dirà il lettore, cosa c’entra l’importante opera culturale con il tormentone che avanza negli ultimi mesi da parte di sindaci, ex presidenti di provincia, opposizione e maggioranza in consiglio regionale, i partiti e le spaccature al loro interno?
 Un dizionario esprime il linguaggio di un popolo: le parole non sono un elenco neutro e astratto, si formano e si sviluppano dentro la relazione sociale, nel vissuto di pensieri, sentimenti e azioni. La parola è sempre un fare: è un atto operativo. I linguisti parlano di linguaggio “performativo”, cioè necessariamente votato a tradursi in azione. 
Nella sala settecentesca della Biblioteca universitaria di Cagliari ci riuniremo - donne e uomini di associazioni culturali sarde – presumendo di mettere insieme parole ed azioni. Presunzione? Forse. Ma, qualcuno dovrà pur cercar un senso a ciò che va accadendo e a quel che potrà succedere di negativo oppure di quel tanto che può svolgersi verso una direzione ‘altra’, potenzialmente inedita, addirittura fascinosa. O no?
Gli ultimi sessant’anni in Sardegna non sono stati parlati in sardo, anche le azioni politico-economiche non hanno risposto ai desideri e ai bisogni dei sardi. Alienazione linguistica e alienazione politico-economica: petrolchimica, turismo, eolico e solare, basi militari, ambiente. 
La Sardegna scoraggiata è anche un brulicare di resistenza, di movimenti contro … le innumerevoli servitù che un meccanismo apparentemente inarrestabile sembra portarci a sottomissioni definitive. Da poco l’associazione istituzionale dei sindaci sta assumendo la forma di movimento riformatore delle istituzioni sarde. Apparentemente sembra il riproporsi stantio dello scontro interno alle classi dirigenti di Cagliari e Sassari. L’obiettivo più importante l’ha sintetizzato a Nuoro il presidente dell’Anci: Modolo ha lo stesso diritto di vivere di Cagliari, ogni soluzione deve rispondere alle necessità più urgenti, è ora di convincenti risposte generali: il destino dei paesi, un progetto per vivere delle “risorse dei sardi per i sardi”. Parliamone ancora, come è necessario. Non perché non ne abbiamo parlato abbastanza, è che non l’abbiamo fatto ancora nelle sedi giuste. Dove si decide.
La libertà del parlare è anche libertà dell’operare e viceversa. 
Forse il punto di maggiore attenzione, oggi, è il rapporto tra libertà di parola e libertà progettuale di elaborare riforme costituzionali. L’atto di parola e l’atto di decisione riformistica spetta al popolo sardo. Come vogliono parlare i sardi una nuova organizzazione costituzionale, un corretto federalismo interno? Quale rapporto tra città e campagna come risposta all’effetto “ciambella” dello spopolamento? 
Come si può fare una determinata riforma, se centinaia di sindaci sono contrari? Quei sindaci rappresentano i discorsi, i desideri, le paure delle loro popolazioni. 
La Fondazione Sardinia ha ritenuto l’Assemblea costituente la forma più rispondente per elaborare parola e azione, progetto e programma, partecipazione e responsabilità, soggettività e comunità. La proposta resta attuale. Provocare e ascoltare la parola dei sardi, chiamati a fare assemblea. 
Il Consiglio regionale dovrebbe intanto associare a sé una rappresentanza dei comuni (il Consiglio delle Autonomie?) e della società e decidere un anno di moratoria per discutere, senza la fretta imposta dall’esterno, il destino delle istituzioni della Sardegna, le nuove forme dell’identità e le regole del vivere in questa terra. 
Produzione di linguaggio come produzione di senso, politico, socio-economico-culturale. Un arricchimento del dizionario sardo: anche come dizionario politico-istituzionale.
Per chi volesse dire la sua ascoltando quello che dicono gli altri, l’appuntamento è alle ore 10, nella sala settecentesca di via Università in Cagliari, sabato 5. A si bidere. 
 
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lisci
Pubblichiamo volentieri la lettera che Claudia Zuncheddu invia al suo amico e collega Carlo Lisci. Carlo svolge la sua professione di specialista in “Scienza dell’alimentazione e della nutrizione umana” tra Cagliari e Oristano ma per l’attaccamento alle proprie radici, non ha mai abbandonato l’attività agro-pastorale della sua famiglia.  Oggi quell’azienda agrozootecnica tra Pabillonis e Mogoro, tra le più colpite dalla tromba d’aria, lotta insieme alle altre per risollevarsi. La lettera, simbolicamente a Carlo Lisci, è un’esortazione per tutti i nostri giovani a non abbandonare la propria Terra. (red)
 
Ci mancava solo la tromba d’aria con i disastri dei primi di settembre, l’inclemente colpo di grazia per le nostre economie agro-pastorali nel sud dell’Isola: nel Guspinese, nella Marmilla, nell’ Alto campidano, per cancellare in un attimo il frutto di tanta fatica e di sacrifici delle nostre famiglie. E’ sconfortante avere la “storia” contro, mio caro amico. Come un sortilegio, tutto rema contro noi sardi e la nostra Terra, dalla Politica, ai cambiamenti climatici, alle calamità naturali e a quelle innaturali. Fuochi, alluvioni, trombe d’aria che distruggono le nostre case, le nostre aziende, le nostre vigne, i nostri allevamenti. Per non parlare delle devastanti calamità meditate nelle alte sfere del potere politico oltretirreno, quelle che troppo spesso contano su complicità locali, per stabilire il destino da riservare alla Sardegna e alle nostre future generazioni.
La tromba d’aria del 4 settembre che ha raso a suolo le aziende che hanno resistito alla crisi economica globale dell’Isola in questi anni: fiore all’occhiello della nostra Resistenza, anche se ci condanna a retrocedere, non deve intaccare la nostra volontà e la nostra determinazione nel persistere lungo il cammino intrapreso e nell’ennesima ricostruzione. La nostra direzione è giusta e niente e nessuno può disorientarci.
Noi non possiamo fare a meno della nostra storia, della nostra cultura, del nostro ambiente e della nostra economia tradizionale, che sono parte integrante della nostra identità senza la quale non esisterebbe né la Sardegna né il Popolo sardo.
Caro Carlo, noi siamo medici sardi, dottori speciali perchè figli di una società agropastorale che si è voluta emancipare facendoci studiare. La nostra società non può far a meno di noi e ancor meno noi rinunciamo alle nostre radici. Il costo della rinuncia sarebbe troppo alto perché implicherebbe la perdita della nostra identità. Per questa ragione dopo l’ennesimo dramma con la distruzione delle economie e la morte degli animali, è nostro dovere morale e naturale ricostruire e resistere.
Noi abbiamo la forza e la resistenza dei ginepri del Supramonte e come loro siamo cresciuti in terreni difficili, sino a far affiorare le proprie radici, come se fossero fossili, dalle rocce. E’ per questa forza, così straordinaria, che cureremo gli animali feriti sopravvissuti, tireremo su ancora le nostre vigne e i nostri alberi… anche nel silenzio assordante e colpevole di chi vorrebbe che la Sardegna rinunciasse a esistere, nel nome dell’ innovazione, svuotandosi delle sue risorse e della sua bellezza per divenire un deserto spopolato e probabilmente un contenitore di rifiuti tossici d’oltre Tirreno. Le nostre famiglie hanno voluto che ci emancipassimo con lo studio, non certo in nome della discontinuità culturale, ma per essere garanti della nostra identità.
 
Foto di Stefano Pia – Morimenta, Comune di Mogoro
 
Fonte Il Manifesto Sardo
 
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