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Rossella, il rumore del silenzio: in Africa sulla pista del sequestro

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Omaggio a Rossella Urru Omaggio a Rossella Urru © Domenico Di Pietro

La valigia è pronta. Impossibile però sapere con precisione il momento della partenza: potrebbe essere questione di ore, forse di giorni. Claudia Zuncheddu, consigliere regionale che in splendida solitudine rappresenta in aula gli Indipendentistas, si prepara a raggiungere l'Africa. Inutile chiedere di conoscere la destinazione esatta e quali saranno gli interlocutori. Missione delicata, difficile. Va a cercare una traccia di Rossella Urru, volontaria di Samugheo rapita circa quattro mesi fa nel Sud dell'Algeria. Rossella, che opera per un'organizzazione non governativa (Cisp), è stata portata via insieme a due ragazzi spagnoli, Ainoha Fernandez ed Eric Gonyalons. Il sequestro risale alla notte tra il 22 e il 23 ottobre dell'anno scorso: da allora, fatta eccezione di un videomessaggio da parte dei rapitori, è calato il silenzio. Inquietante. Il ministero degli Esteri si muove (ammesso che si muova davvero) con grande riservatezza mentre all'orizzonte si profila l'ipotesi di un blitz organizzato dai Servizi segreti francesi.

Che c'entra Claudia Zuncheddu con tutto questo? Per capire, bisogna conoscerla. Sessant'anni, medico di base a Cagliari, cresce nell'effervescenza di Lotta Continua. «La mia generazione in parte è andata male, in parte si è rassegnata, in parte ha fatto carriera». Va fiera di «non aver mai votato Pci, neppure quando l'indicazione era quella». A bagnomaria nel sogno di una rivoluzione dai forti valori identitari, entra nel Psd'Az e riporta il partito in Consiglio comunale dopo una lunga assenza. Nel frattempo applica la politica alla Medicina («che vuol dire mettersi al servizio degli altri») e approfondisce il suo amore per l'Africa. Considera i Tuareg, i cavalieri blu del deserto, la «mia seconda famiglia».

Tre anni fa viene eletta in Regione coi Rossomori che - per autocertificazione - rappresenterebbero il cuore a sinistra dei sardisti. Rompe clamorosamente con loro, s'infila nel Gruppo misto ed esordisce con Indipendentistas. Il movimentismo politico va di pari passo con quello privato, con la febbre per le auto. Ha iniziato con un vecchio gippone americano del padre («io guidavo e i miei amici spingevano») e prima ancora di avere la patente s'è messa al volante di un Maggiolone. «Ho guidato a lungo prima dei diciott'anni». A diciannove aveva già messo piede in Africa. Poi, Rally dei Faraoni, quattro edizioni della Parigi-Dakar e, visto che c'era, anche una Parigi-Pechino. Marce coi fuoristrada al limite della sopravvivenza e, secondo qualcuno, della capacità di intendere e volere. È scesa dalla macchina, si fa per dire, nel 1998, delusa «dalla tecnologia che cominciava a dominare i piloti». Insomma, non c'era più il rischio, come dice lei, di «lasciarci le penne».

Sorprende che una donna così si prepari ad una operazione-Africa non esattamente turistica? Claudia Zuncheddu ha una naturale insofferenza per il conformismo, le verità ufficiali, le regole del gioco truccate e condivise. In più, conta molte entrature nella fascia subsahariana e non solo. Nella storia di Rossella, d'accordo con la famiglia della ragazza, è entrata d'ufficio. Ed ha lanciato l'allarme: «La situazione è molto, molto critica».

Che notizie ha?
«Le ultime sono arrivate dal Cairo quindici giorni fa. La fonte è un diplomatico europeo. Mi ha detto che Rossella è viva e in buona salute».

Tutto qui?
«Purtroppo è il massimo che si riesce a sapere. Ora c'è uno strano silenzio che mi preoccupa. I capi tuareg, come le popolazioni locali del resto, sanno dov'è: in un luogo di difficile accesso. Per ragioni di sicurezza, viene trasferita molto spesso. Mi risulta che sia stata rispettata».

Tempo fa si diceva che i rapitori l'avevano venduta ad un'altra banda.
«Da quello che so io, le cose non stanno affatto così: non è mai stata ceduta ad altri. Non dimenticate che l'hanno rapita per una sola ragione: trasformarla in denaro».

Si fanno anche altre ipotesi.
«Lo scenario internazionale non è credibile. Propone versioni di comodo, impossibile distinguere il vero dal falso. Meglio attenersi a fonti disinteressate come quelle locali».

C'è una fase di stallo?
«Per quanto riguarda le trattative del rilascio, certamente. Tra l'altro, i tempi di un sequestro di persona in quell'area vanno dai tre mesi ai tre anni. Non hanno fretta di raggiungere l'obiettivo. Aspettano».

Quali sono i pericoli concreti?
«Qui volevo arrivare. Arrivano voci che la Francia possa optare per un intervento delle teste di cuoio. Apparentemente non è interessata alla vicenda, in realtà sta cercando di metterci lo zampino».

Perché?
«Questione di supremazie neocoloniali. La Francia è riuscita ad entrare in Libia approfittando della fine di Gheddafi. Ha interesse ad allargarsi. Da quelle parti ci sono Paesi come il Mali, il più povero del Continente e nello stesso tempo il più ricco: di uranio, petrolio, fosfati. Gli abitanti del Mali hanno la stessa sfortuna dei Tuareg: abitano la crosta povera di un sottosuolo ricchissimo».

E la Francia?
«Ha interesse a destabilizzare. L'anno scorso ha organizzato un'incursione per liberare alcuni ostaggi ma li ha lasciati sul terreno: uccisi da fuoco amico, si dice così?»

Il panorama non è dei più allegri.
«Con l'aggravante che da circa un mese sono scoppiate molte ribellioni: le truppe del Mali e i Tuareg si stanno fronteggiando. E Rossella, tanto per capirci, è stata rapita nell'Algeria del sud, a poca distanza da un facile passaggio che porta in Mali e in Niger».

Chi l'ha in mano?
«Pare sia un gruppo che si chiama “Al Qaeda per il Maghreb islamico”. Rossella operava per il popolo Saharawi, che fa capo al Fronte Polisario, indipendentisti in lotta da 30 anni per affrancarsi dal Marocco. Ce l'hanno col neocolonialismo: sono del parere che gli occidentali li affamino e li sfruttino, quindi ritengono il sequestro una risposta sacrosanta».

E se la prendono col volontario di una Ong.
«Non vedono bene neanche la cooperazione. La ritengono una forma di beneficenza penosa che introduce elementi di colonizzazione culturale e politica».

L'Italia che fa?
«Radio-Sahara sostiene che si stia facendo poco per la liberazione degli ostaggi. Manca una certa pressione attraverso canali locali».

Contatti coi rapitori?
«Non lo sappiamo. Le uniche notizie che trapelano sono quelle della Farnesina. Ossia nulla».

Rossella compirà trent'anni il prossimo mese. Figlia di un vigile urbano e di un'impiegata postale, ha due fratelli. Dopo una laurea in Cultura e diritti umani all'università di Bologna, ha frequentato un corso sulla cooperazione internazionale. Assunta dal Comune di Ravenna, viaggia in Africa dal 2008. Negli ultimi due anni è praticamente rimasta lì, nel campo profughi per rifugiati saharawi dove è stata rapita assieme ai compagni spagnoli. Fa parte del Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli), associazione che non ha schieramento politico. In famiglia, a Samugheo, è tornata nell'agosto scorso. Uno striscione col suo nome è appeso da qualche giorno sulla facciata del Municipio di Milano. Quello di Cagliari dovrebbe fare altrettanto a breve.

Il luogo del rapimento dista circa trecento chilometri in linea d'aria dalle scuole che Claudia Zuncheddu ha organizzato e gestisce per aiutare settecento ragazzi a uscire dall'analfabetismo. Due settimane fa è stato lanciato un appello alla stampa africana e internazionale (testo in italiano, arabo, francese e inglese) per ottenere la liberazione di Rossella. Il messaggio si conclude con Inch Allah.

C'è una richiesta di riscatto?
«Ufficialmente no, di fatto sì. Non conosciamo l'importo che di solito, in casi come questo, s'aggira tra uno e due milioni di euro».

I conflitti in corso che peso possono avere?
«Questo è il vero problema. Il quadro politico è molto instabile. I Tuareg hanno tutti contro: le multinazionali, la siccità, le cavallette. Gli aiuti internazionali arrivano ai governi, a loro neppure le briciole: sono gli ultimi degli ultimi».

Come si è saputo delle intenzioni dei francesi?
«Dalla stampa internazionale. L'ipotesi di un blitz non è affatto segreta. Scalpitano, e siccome sono recidivi, vorremmo si fermassero. Sono loro, prima ancora dei rapitori, ad atterrirci».

E il ministro degli Esteri?
«Ci piacerebbe che considerasse Rossella come qualunque altro ostaggio. Non vorrei che noi sardi, considerati da tanti diversamente italiani, fossimo dimenticati. Emerge un fatto: per Rossella si sta facendo poco».

Magari stanno lavorando sottotraccia.
«È un loro vecchio alibi: riservatezza e silenzio. Non mi risulta siano in corso trattative di alcun genere. Gli organizzatori del festival del Mali, che si è tenuto a gennaio, hanno chiesto la liberazione degli ostaggi. Si sono mobilitate anche le donne tuareg. E noi?»

Sta dicendo che Rossella è un cittadino di serie C?
«Ho paura che sia proprio così. Alla luce della situazione attuale mi permetto di dire che c'è molta fretta, moltissima. Anzi, avrebbero dovuto già liberarla».

Sotto sotto qualcuno pensa che in fondo se l'è andata a cercare.
«C'è anche questa componente: Rossella, i guai, li ha voluti. Possibile non ci si renda conto che sta pagando il prezzo del suo coraggio e della sua generosità?»

Non è che i giornali impazziscano per questa storia.
«Ovvio: fanno parte del sistema. E si adeguano. Potrebbero fare molto di più».

La Regione?
«Dovrebbe avere un ruolo di primaria importanza esercitando la sovranità prevista per le regioni a statuto speciale. In questa storia ha colpe pesantissime: ancora una volta delega, affida il pollaio alle volpi».

Che dovrebbe fare?
«Dovrebbe riprendersi lo spazio delle relazioni internazionali. Che avevamo e funzionavano benissimo. Invece ha scelto una linea di sudditanza e di assoggettamento».

D'accordo, ma in concreto?
«Il presidente della giunta regionale ha il dovere di sapere. Anzi, dovrebbe partire e incontrare i leader dei Paesi nordafricani, i nostri dirimpettai insomma. Non può stare chiuso nel suo ufficio ad aspettare notizie dalla Farnesina, ammesso che abbiano voglia di dargliene».

I sardi?
«Dobbiamo continuare con quello che stiamo già facendo: manifestazioni, fiaccolate, cortei. Dobbiamo far sentire la voce di un popolo che vuole sua figlia a casa. Noi non siamo mai stati colonialisti, e questo lo sa benissimo chi ha rapito Rossella».

Perché ha deciso di scendere personalmente in campo?
«Alla luce delle buone amicizie che coltivo da quelle parti, credo sia il minimo».

In sintonia con la famiglia di Rossella?
«La conosco solo superficialmente. Ho sentito il padre: mi è parso un uomo discreto e spaventato. Sa che sto seguendo la situazione, sa che ho attivato certi canali. Compresi i missionari, che in un certo senso sono i servizi segreti della Chiesa».

Dunque pronta a partire?
«Ho contatti telefonici pressoché quotidiani. Sono in attesa di un segnale. Appena arriva, sarò lì nel giro di poche ore».

L'Unione Sarda - 19/02/2012

Redazione

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