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Claudia Zuncheddu

Claudia Zuncheddu

Laureata in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, è giornalista pubblicista, appassionata di antropologia e autrice dei libri: “Parigi-Pechino sulle orme di Marco Polo” e “Africana”. Ex-consigliera comunale di Cagliari, è stata consigliera regionale nella XIV Legislatura.

URL del sito web: http://www.claudiazuncheddu.net

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Stamattina a Muravera si è svolta una delle più grandi mobilitazioni popolari di questi ultimi tempi in Sardegna, per ribadire che l’ospedale San Marcellino non può essere chiuso. In nome della spending review la politica sarda continua a esercitare tagli inesorabili ai bisogni primari dei cittadini. Poco importa se si taglia il DIRITTO alla SALUTE… alla SCUOLA… alla SICUREZZA… alla SOPRAVVIVENZA dei più fragili con l’abbandono delle popolazioni e la desertificazione dei territori.
 
In Piazza c’era tutto il Sarrabus-Gerrei. In testa i sindaci di Muravera, San Vito, Villaputzu, Castiadas, Villasimius, l'Associazione Obiettivo Sanità Sardegna Onlus e il Movimento Salviamo l'Ospedale San Marcellino di Muravera, bambini, anziani, donne, numerosissimi giovani, tanti invalidi, malati gravi, medici  e personale paramedico. Le attività delle imprese locali si sono fermate per aderire all’enorme manifestazione.
 
La grande assente ancora una volta è stata la Politica Sarda. Nessun rappresentante della Regione Autonoma della Sardegna ha partecipato.
 
D’altronde come poteva essere coerentemente presente quella classe politica che si è assunta la pesante responsabilità di voler chiudere l’ospedale a Muravera, a Lanusei, a Isili e non solo, obbedendo a logiche di profitto e a ordini romani, con ciò disattendendo le esigenze e i diritti di questi territori.
 
La precedente Giunta di centro-destra con Cappellacci tentò la chiusura del San Marcellino senza riuscirci ed oggi ci riprova l’attuale centro-sinistra con Pigliaru. Un centro-destra e un centro-sinistra che si compattano in un unico blocco per condannare le nostre cittadinanze, i nostri territori. Un blocco di partiti falliti che vanno pagati con la stessa moneta scardinandoli e non dandogli più alcuna fiducia. 
 
La Politica sarda chiude gli ospedali sardi nei territori più disagiati e apre e finanzia ospedali stranieri. Al “Mater Olbia”, ospedale privato del Qatar, il Governo Pigliaru  di centro-sinistra, con la benedizione del centro-destra e di tutto il Consiglio Regionale garantisce fiumi di finanziamenti sottratti alla nostra sanità. Sono 58 MILIONI all’anno per 10 anni a fondo perduto per un ospedale arabo a Olbia... sicuramente non funzionale al diritto alla salute dei sardi.   
RIBADIAMO che alle cittadinanze che stamattina a Muravera e a Lanusei si sono riversate nelle piazze e nelle strade spetta il potere decisionale sul destino del San Marcellino di Muravera, dell’ospedale ogliastrino e dello stesso Tribunale di Lanusei. La salute e la giustizia non possono essere né negate, né sacrificate sull’altare di interessi di chicchessia. SE UNITI SI VINCE.
 
Claudia Zuncheddu
 

ci ha lasciato Umberto Eco

Pubblicato in Cultura
rosa
 
Ci ha lasciato Umberto Eco, intellettuale e cattedratico di taratura internazionale che si è battuto sin dagli anni 60 per una cultura nuova, fuori dagli schemi e legata ai nuovi linguaggi e mezzi della comunicazione in ogni campo della società e della scienza. Nelle sue opere, ha considerato e interpretato le diversità e le differenze, di qualsiasi tipo, come ricchezza e crescita culturale, sociale e civile delle collettività.
 
Umberto Eco, attento osservatore dei fenomeni socio culturali e politici internazionali, ha difeso strenuamente i diritti all’informazione e alla partecipazione democratica di tutti i cittadini contro le limitazioni e i bavagli che in questi ultimi decenni, soprattutto la classe politica italiana, ha cercato di imporre principalmente nelle università, in tutte le professioni intellettuali e nello stesso corpo sociale.
 
Claudia Zuncheddu

Così si nascondono i carnefici mediocri

Pubblicato in Diritti
 
Unione Sarda 19-02-2016
Così si nascondono i carnefici mediocri
 
Immagini violente che annientano persone incapaci di difendersi imperversano negli web scioccando l'opinione pubblica. Come se ci volessero le riprese dei Nas per far scoprire l'esistenza di un pianeta parallelo dove relegare i disabili, gli anziani non più autonomi, i bambini abbandonati, quelli del disagio psichiatrico, della detenzione, i figli del disagio sociale. Sono i luoghi di sofferenza dove barriere ben definite li separano dal resto del mondo. Nasce proprio sul confine che divide gli uomini la discriminazione.
Dietro le storie di maltrattamenti si nascondono esseri grigi e mediocri con forti complessi di inferiorità. Essi scaricando le proprie frustrazioni sulle persone più fragili, appagano un bisogno di dominio represso con l'arroganza dell'impunità. Nessuno vede, parla, interviene.
Nel pianeta dei più fragili dove l'esercizio del potere di questi esseri grigi gioca un ruolo dominante, la pratica dell'abuso psicologico e la violenza fisica è spesso la prassi su cui la società chiude gli occhi. Sul caso di Decimomannu, donne e uomini nudi in fila per essere lavati con il getto d'acqua attraverso un tubo di gomma fa inorridire, ma non sfiora i sentimenti di nessuno il taglio sociale di 33 milioni alla Legge 20, per i malati psichiatrici da parte della Regione Autonoma: un taglio drammatico alla disabilità che non emoziona.
La stampa alimenta lo sdegno della collettività che invoca la Giustizia. Ma l'aspetto giudiziario è marginale. Il problema è culturale, proprio di un modello sociale subdolo e violento, che discrimina e ghettizza la sofferenza. Tra ipocrisia e cinismo è proprio sul disagio che sono nate grandi fortune economiche grazie a fiumi di finanziamenti pubblici. Il fenomeno della discriminazione è complesso.
Per chi è privo di autonomia e di indipendenza il rischio di subire trattamenti degradanti e abusi psicologici è alto e spesso subdolo. Può esordire banalmente anche con il non riconoscimento dei titoli con i quali la persona si identificava e veniva identificata nel corso della sua vita attiva. Chiamarli solo per nome, in una relazione non di amicizia, non familiare ma di dipendenza, aumenta la fragilità e l'umiliazione. Il rispetto dell'identità, anche nel disagio, è un atto di buona educazione e di stimolo a non dimenticare la propria storia.
Il mio insegnante di un tempo, oggi mio fragile paziente, ospite di una comunità, seppur con il pannolone e con la mente stanca, continua ad essere il mio Professore di sempre. Chiamandolo con il suo titolo come ai vecchi tempi, rispetto la sua identità e sollecito la sua memoria. Nel suo sguardo perso nel vuoto, in un attimo di lucidità, cerco di ritrovare l'autorevolezza e l'autorità con cui il Professore spesso faceva tremare noi studenti. 
La Giustiza faccia il suo corso, ma non basta.
Claudia Zuncheddu
 
carnefici
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