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La Fondazione Sardinia presenterà sabato 5 dicembre, ore 10.00 nella Sala Settecentesca di Via Università la seconda edizione del  Ditzionariu de sa limba e de sa cultura sarda di 
Mario Puddu
 
Ditzionàriu 
de sa limba e de sa cultura sarda
DitzLcs
segundha editzione
Numencladura iscientífica a contivígiu de Prof. Luciano Melis
Figuras e pintos originales de Prof. Giuannedhu Sedha e Alina Sabattini
Tradutzione a su francesu de Prof.ssa Giuseppina Pistis e Prof.ssa Pinella Lenzu, 
a s’inglesu de Prof. Giuseppe Scano, 
a s’ispagnolu de Dot.ssa Sonia Emanuela Campus,
a su tedescu de Prof.ssa Anna Paola Matta e Prof. Marcello Frongia
Lemmas prus de 111.000, cun tradutzione a chimbe limbas 22.100 (prus de 22.400 a s’italianu), 
sinónimos prus de 20.000 (ma cun inditu in prus de 52.000 lemmas), 
contràrios unos 9.000, maneras de nàrrere prus de 12.000, 
prus de 42.900 ‘campos’ de fraseologia, provérbios 680, sambenaos 1.470, 
numencladura iscientífica in prus de 10.000 lemmas, 
étimos prus de 8.750, verbos coniugaos 66 
(52 in mesania, 6 de foedhadas diferentes, 5 a foedhadas, 1 po dónnia coniugatzione – contare, cosire, tèssere – a cuadru sinóticu de is desinéntzias de is chimbe foedhadas principales), 
òperas serbias chistias in bibbiografia 634, Autores numenaos in sa fraseologia prus de 640.
Is verbos coniugaos si agatant in s’órdine alfabbéticu o est inditau in su lemma 
cabidianu candho calecunu est arresurtau in àtera pàgina. 
Iconografia, unas 120 figuras ispartzinadas in s’òpera cun is lemmas, 
sa parada de Is ainas in pàgina 408, 
de Is òperas antigas in pàgina 1096, de Su cristianu po sa carena in pàgina 554 
e po su naturale in pàgina 1486. 
Presentada in pàgina IX, Bibbiografia in pàgina XV, Incurtzaduras in XXI, 
s’Imbesse de is tradutziones in pàgina 2427 
(in s’órdine: francesu, inglesu, ispagnolu, italianu, tedescu).
Condaghes
 
Consiglio la lettura che segue
“Le parole della storia e le parole della lingua: l’appuntamento che continua ….”
                                                                                                    di Salvatore Cubeddu
 
La Fondazione Sardinia presenterà sabato prossimo, 5 dicembre, la seconda edizione del  Ditzionariu de sa limba e de sa cultura sarda di Mario Puddu: 2.872 pagine, 111.000 lemmi, di cui 22.000 proposti al sardo da parte di cinque lingue europee (italiano, spagnolo, francese, inglese, tedesco), un monumento che lo studioso di Illorai offre a tutti sardi. 
Ma, dirà il lettore, cosa c’entra l’importante opera culturale con il tormentone che avanza negli ultimi mesi da parte di sindaci, ex presidenti di provincia, opposizione e maggioranza in consiglio regionale, i partiti e le spaccature al loro interno?
 Un dizionario esprime il linguaggio di un popolo: le parole non sono un elenco neutro e astratto, si formano e si sviluppano dentro la relazione sociale, nel vissuto di pensieri, sentimenti e azioni. La parola è sempre un fare: è un atto operativo. I linguisti parlano di linguaggio “performativo”, cioè necessariamente votato a tradursi in azione. 
Nella sala settecentesca della Biblioteca universitaria di Cagliari ci riuniremo - donne e uomini di associazioni culturali sarde – presumendo di mettere insieme parole ed azioni. Presunzione? Forse. Ma, qualcuno dovrà pur cercar un senso a ciò che va accadendo e a quel che potrà succedere di negativo oppure di quel tanto che può svolgersi verso una direzione ‘altra’, potenzialmente inedita, addirittura fascinosa. O no?
Gli ultimi sessant’anni in Sardegna non sono stati parlati in sardo, anche le azioni politico-economiche non hanno risposto ai desideri e ai bisogni dei sardi. Alienazione linguistica e alienazione politico-economica: petrolchimica, turismo, eolico e solare, basi militari, ambiente. 
La Sardegna scoraggiata è anche un brulicare di resistenza, di movimenti contro … le innumerevoli servitù che un meccanismo apparentemente inarrestabile sembra portarci a sottomissioni definitive. Da poco l’associazione istituzionale dei sindaci sta assumendo la forma di movimento riformatore delle istituzioni sarde. Apparentemente sembra il riproporsi stantio dello scontro interno alle classi dirigenti di Cagliari e Sassari. L’obiettivo più importante l’ha sintetizzato a Nuoro il presidente dell’Anci: Modolo ha lo stesso diritto di vivere di Cagliari, ogni soluzione deve rispondere alle necessità più urgenti, è ora di convincenti risposte generali: il destino dei paesi, un progetto per vivere delle “risorse dei sardi per i sardi”. Parliamone ancora, come è necessario. Non perché non ne abbiamo parlato abbastanza, è che non l’abbiamo fatto ancora nelle sedi giuste. Dove si decide.
La libertà del parlare è anche libertà dell’operare e viceversa. 
Forse il punto di maggiore attenzione, oggi, è il rapporto tra libertà di parola e libertà progettuale di elaborare riforme costituzionali. L’atto di parola e l’atto di decisione riformistica spetta al popolo sardo. Come vogliono parlare i sardi una nuova organizzazione costituzionale, un corretto federalismo interno? Quale rapporto tra città e campagna come risposta all’effetto “ciambella” dello spopolamento? 
Come si può fare una determinata riforma, se centinaia di sindaci sono contrari? Quei sindaci rappresentano i discorsi, i desideri, le paure delle loro popolazioni. 
La Fondazione Sardinia ha ritenuto l’Assemblea costituente la forma più rispondente per elaborare parola e azione, progetto e programma, partecipazione e responsabilità, soggettività e comunità. La proposta resta attuale. Provocare e ascoltare la parola dei sardi, chiamati a fare assemblea. 
Il Consiglio regionale dovrebbe intanto associare a sé una rappresentanza dei comuni (il Consiglio delle Autonomie?) e della società e decidere un anno di moratoria per discutere, senza la fretta imposta dall’esterno, il destino delle istituzioni della Sardegna, le nuove forme dell’identità e le regole del vivere in questa terra. 
Produzione di linguaggio come produzione di senso, politico, socio-economico-culturale. Un arricchimento del dizionario sardo: anche come dizionario politico-istituzionale.
Per chi volesse dire la sua ascoltando quello che dicono gli altri, l’appuntamento è alle ore 10, nella sala settecentesca di via Università in Cagliari, sabato 5. A si bidere. 
 
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E’ politicamente inaccettabile che la minoranza etnica e linguistica più numerosa in Italia, ovvero quella sarda, venga privata della possibilità di parlare la propria lingua nelle TV di Stato e in particolar modo nella Terza Rete, nata come strumento di decentramento e di valorizzazione delle culture locali.
Nello stesso modo assistiamo esterrefatti al balletto di scarico di responsabilità tra il cinico governo romano e quello sardo che si limita a proteste di circostanza deboli e poco credibili. Pigliaru in veste di Presidente e Firinu di Assessore alla cultura, non solo sarebbero dovuti essere ben più attenti alle scadenze istituzionali e ai rapporti con la TV di Stato, ma visti i loro ruoli avrebbero dovuto rappresentare e tutelare con tutt’altra forza e determinazione la nostra lingua da chi ancora una volta nella storia ce la vuole tagliare.
Non mi stupisce la posizione antilingua sarda portata avanti nei giorni scorsi al Senato da alcuni eletti in Sardegna nelle liste del PD, un partito sempre “ambiguo e freddo” sulle politiche reali e concrete di difesa, di attuazione e di valorizzazione della lingua e della cultura sarda.
Purtroppo ancora una volta la Sardegna si ritrova a dover fare i conti con il “complesso di appartenenza” della classe politica locale, “prima italiana e poi sarda” e come tale ligia ai diktat delle formazioni politiche italiane.
 
In Sardegna come in Italia governano le stesse forze politiche di centro sinistra, per cui almeno in nome delle sintonie politiche ci saremo aspettati da Roma maggiore rispetto per le rivendicazioni del Presidente Pigliaru e della sua Assessora alla cultura. Ma ancora una volta emerge che non può esistere pari dignità tra le due istituzioni se quella sarda non supera la relazione di totale dipendenza da Roma. La debolezza della nostra rappresentanza, la scarsa credibilità dettata anche da imperdonabili ritardi, da dimenticanze di fronte a scadenze istituzionali inderogabili, dai rapporti di sottomissione con la stessa TV di Stato, fanno sì che alla Sardegna come minimo si tagli la lingua.
 
Nasce spontanea la domanda, “ma fra Renzi e Pigliaru, per noi sardi chi è su Buginu?
 
Claudia Zuncheddu  
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Che l’Autonomia per la Sardegna sia stata un fallimento per 64 anni di storia, è purtroppo un dato reale, anche se ciò non deve autorizzare nessuno, e ancor meno le istituzioni sarde, come la Massima Assemblea del Popolo sardo, a rinunciare all’uso della dicitura giuridicamente riconosciuta, quella di: “Consiglio della Regione Autonoma della Sardegna”

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